Spesso, iniziando la lettura di un libro ci si chiede: cosa avrà spinto l'autore a scriverlo? Quale sarà stata la molla iniziale? Interrogativi che un po' tutti i lettori si pongono, io stesso, librofago incallito, me lo sono sempre domandato.
Orbene, questo che vi apprestate a leggere ha avuto, quale elemento scatenante, una storia singolare. Credo valga la pena raccontarla. Una mia nipote, a cui sono particolarmente affezionato, per vicende sue personali dovette trascorrere lunghi periodi all'estero. Quando partì, la prima volta, mi parve che non lo facesse con molto entusiasmo. La cosa mi fu confermata in alcune sue lettere nelle quali avvertii un profondo disagio per questa nuova esistenza in luoghi e con persone così profondamente diversi da lei.
Mi colpirono soprattutto quei toni malinconici, a volte nostalgici, che avvertivo nei suoi scritti. Sapevo che non era tipo da lasciarsi prendere da tali sentimenti e, il constatarlo, mi preoccupava non poco. Mi ripromisi di fare qualcosa che potesse alleviare quel distacco dalla famiglia. Potevo scriverle lunghe lettere tenendola aggiornata sui fatti di casa, i pettegolezzi della nostra città, avvenimenti di una certa rilevanza del suo Paese lontano.
Nel ripartire per la sua seconda trasferta, mia nipote mi disse che difficilmente avrebbe potuto rispondermi poiché doveva frequentare un corso di lingua inglese molto impegnativo. Era un problema. Soprattutto per me: non c'è cosa più antipatica e frustrante di dover scrivere lettere sapendo che non avranno una risposta.
Ci pensai su un po' e alcuni giorni dopo le scrissi: "Visto che hai uno zio che si diverte a scribacchiare racconti, che ne diresti se scrivesse qualcosa solo per te? Lo farò alla maniera degli scrittori dell'Ottocento, pubblicando l'opera a puntate". L'idea ci piacque. E così, per mesi, ogni settimana partiva per l'America una busta rigonfia contenente un capitolo di questa storia popolata di mummie d'oro, faraoni, narcotrafficanti, archeologi e scagnozzi.
A mia nipote è piaciuto, si è divertita, e io sono stato felice d'averle addolcito la malinconia.
L'autore
Fallax Dunex di Enrico Maria Guerra
Enrico Maria Guerra (Pisa, 1941) è scrittore e poeta. Vive e risiede a Spoltore, in provincia di Pescara.
Sopravvissuto da bambino alla strage del Duomo di San Miniato del 22 luglio 1944, in cui perse il padre insieme ad altre 54 vittime civili, ha trasformato nel tempo l’esperienza del trauma, della memoria e dell’assenza in materia letteraria. Ex bibliotecario, osservatore attento dell’uomo e delle sue fragilità, ha attraversato la narrativa e la poesia come strumenti di testimonianza e di resistenza umana.
La sua produzione spazia dal racconto al romanzo, fino alla poesia. Tra le opere di narrativa si ricordano Diapositive ed altri racconti (1994), Le stagioni del nostro giardino segreto (1995), La bottega sistina (2010), Sopra e sotto lu turrione (2013), La panchina postale (2014), Cronache melassiane (2019), Le avventure di Cat Holmes (2021–2022) e Il paese delle cose perdute ed altri racconti (2023). In poesia ha pubblicato, tra le altre, Florilegio di un amore (2020) e Una vita in versi (2024).
In occasione del conferimento della cittadinanza onoraria alle vittime della strage di San Miniato, l’autore ha donato al Comune la propria opera La panchina postale, all’interno della quale un racconto rievoca l’esperienza vissuta all’età di tre anni, filtrata attraverso i ricordi di bambino che la memoria ha saputo conservare.
Florilegio di un amore si è classificato secondo ex aequo alla VI Edizione del Premio Letterario Internazionale “Ut Pictura Poesis – Città di Chieti 2024” (sezione poesia edita). Nel 2025 ha ricevuto la Segnalazione di Merito al Premio CivitaquanaPoesia per l’opera I miei temporali.
Nel 2023 ha donato al Museo della Lettera d’Amore di Torrevecchia Teatina un epistolario amoroso di rilevante valore letterario, partecipando alle Giornate Europee del Patrimonio. La sua attività è accompagnata da letture pubbliche e incontri culturali.
La scrittura di Enrico Maria Guerra è attraversata dai temi dell’amore perduto, della memoria e del tempo, con una lingua che unisce simbolismo, autobiografia e riflessione civile, nella convinzione che la parola resti l’ultimo linguaggio umano possibile sotto la moderna “Torre di Babele”.



































