Breve canzoniere amoroso a due voci e autobiografia poetica in forma epistolare il Florilegio di un amore, di Nerico Urrega e Barbara Contè, autori e insieme voci liriche protagoniste che si scambiamo testi in versi rivelandosi i propri desideri e i timori, le gioie e le malinconie, le avversità e il coraggio di superarle per confluire infine in una stessa entità e, da due che erano all’inizio della storia, diventare una sola persona, meta a cui aspirano tutti gli amanti.
Come avveniva in altri tempi, a dichiarare il proprio amore è lui, e Nerico lo fa seguendo un modello poetico canonico che esprime un miscuglio di dubbio e di speranza, di malinconia e di determinazione, rivolgendo a Barbara una serie di domande perlocutorie, che sembrano chiedere una risposta ma in realtà vogliono produrre un effetto sull’interlocutrice. La scansione interrogativa della poesia di apertura “Tu che conosci l’amore” dà un ritmo incalzante all’inizio del discorso amoroso, che prende forza dall’iterazione del “tu” rivolto direttamente alla donna, alla quale l’io lirico chiede se abbia per lui amore, sorrisi, sguardi, parole e preghiere che possano sollevarlo dalla sua tristezza.
Come nell’antica poesia d’amore provenzale, al principio della vicenda tra Nerico e Barbara l’innamorato si sottomette con umiltà al volere dell’amata, tessendone l’elogio e stabilendo con lei un vincolo di dipendenza. Oltre all’atteggiamento di Nerico, un’altra caratteristica avvicina questa storia sentimentale di fine millennio al “servizio d’amore” cantato tra i secoli XII e XIII dai trovatori-cavalieri, che si rivolgevano generalmente a castellane sposate indicandole con un senhal che ne mascherava l’identità e ne tutelava l’onore. In modo analogo, nel Florilegio i nomi delle due voci protagoniste sono pseudonimi, e il motivo di questa scelta anacronistica è che lei, al contrario di lui, non è libera. Ed è infatti Barbara il personaggio che appare più complesso e tormentato sin dalla sua prima lirica a Nerico in cui svela, seppur con pacata dolcezza, un profondo travaglio interiore che la porta a ritrarsi timorosamente dalle sue richieste, non ritenendo saggio rispondergli “con assensi leggeri” proprio perché lei, già sposata, non può colmare la solitudine di lui se non con il conforto dell’amicizia. Tuttavia, la posizione della donna rivela qualche ambiguità, in quanto Barbara non intende rinunciare alla compagnia del corteggiatore che le dona preziosi stimoli per la mente e ammette inoltre che da tempo, senza che Nerico lo sappia, prega per lui, promettendogli infine di non abbandonarlo mai alla sua tristezza e di non farlo soffrire a causa sua. Atteggiamenti contrastanti, come s’intuisce, che oscillano tra allontanarsi e restare, tra mettersi al sicuro sotto l’egida di un’amichevole frequentazione e confessare l’attrazione e l’“onda di tenerezza” che a volte Barbara prova per lui.
Il percorso costruito per raccontare l’innamoramento, la passione e l’amore tra Nerico e Barbara, pur se scandito cronologicamente da un punto iniziale a uno finale, si colloca in un’atmosfera sospesa e fuori del tempo, tipica dell’esplorazione dell’interiorità. A farsi carico del racconto, come spesso avviene nei testi poetici autobiografici, non sono quindi le date, che vanno dal luglio all’ottobre del 1994, ma alcuni nuclei simbolici corrispondenti a momenti privilegiati scelti dagli autori nella propria memoria personale della vicenda, che viene da loro vissuta diversamente, perché diversa è la loro condizione. E’ significativo a tale riguardo osservare che sempre nella prima lirica del canzoniere, dopo aver rivelato i propri sentimenti, Nerico aggiunga una breve preghiera che rinnova il sogno di ogni innamorato: essere accarezzati e stretti da chi amiamo e così sfuggire alla prigionia della tristezza. E’ certo facile e naturale per lui, ma non lo è per lei, prefigurare l’epifania di un futuro felice già nel momento in cui dichiara il suo amore, e una volta conclusa la lettura delle trentaquattro liriche che compongono la raccolta - diciotto di Nerico e sedici di Barbara – la preghiera sembra una prolessi della conclusione positiva della storia.
Questa si snoda attraverso tappe correlate a momenti, motivi e simboli canonici della tradizione lirica amorosa: il timore dell’amante di non essere ricambiato non pone freno alla sua appassionata richiesta d’amore; la ritrosia dell’amata che concede solo amicizia lascia tuttavia aperta la possibilità del corteggiamento; l’omaggio di lui alla donna si configura nel topos dell’offerta dei fiori a lei somiglianti, raccolti da Nerico in un “giardino segreto” (la margherita di campo, allusiva alla semplicità e alla pazienza dell’amata, l’anemone come lei delicato, la rosa simile alla sua bocca, la viola del color dei suoi occhi, i petali della camelia candidi come il suo sorriso e il giglio votivo che rimanda alla sua fede in dio). A queste fasi rituali del corteggiamento seguono la commozione e il disorientamento di lei, che apprezza la sensibilità e la gentilezza d’animo dell’innamorato e si fa coinvolgere nel gioco delle metafore floreali rivelandogli di aver scoperto nel profondo della sua anima non più le ortiche del passato, ma un biancospino fiorito e una rosa canina (piante entrambe di doppia valenza, capaci di donare piacere con la loro bellezza e il loro profumo, ma anche di procurare dolore con le loro spine pungenti).
Lucilla Sergiacomo
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